La cartolina, stampata su carta patinata ormai ingiallita, mostra la piazza centrale com’era prima della Riforma del Linguaggio. Il porfido è disposto in lastre regolari che riflettono una luce chiara. Le aiuole di bosso disegnano contorni geometrici e i tigli, allineati lungo il perimetro, proiettano ombre nette sul selciato. Al centro si trova il grande giradischi in bronzo e pietra lavica, con il piatto inclinato e i solchi profondi incisi sulla superficie scura. Dai solchi si solleva un tracciato luminoso che compone una parola leggibile a mezz’aria: Libertà.
Sul bordo inferiore, la didascalia: “Piazza dei Canti – Veduta prima della Riforma”
La cartolina era tra i materiali sequestrati durante una revisione dell’Archivio Storico. Apparteneva a una collezione privata confiscata dopo la Riforma del Linguaggio. Per un cavillo amministrativo non è stata distrutta: mancava il timbro di convalida per l’eliminazione. È rimasta per mesi in un fascicolo secondario e, durante un’ispezione, è finita nel mio gruppo di documenti.
Non avrei dovuto trattenerla. Forse per errore, forse per una forma di attaccamento. L’ho piegata con cura in due, abbastanza da farla entrare nel taschino destro interno della giacca, e l’ho portata via con me.
Da allora è rimasta con me. Ora la uso per scrivere qualcosa che non è consentito, per comunicare con il fuori — se il fuori esiste ancora.
Mostra la piazza com’era prima: il porfido lucido, i tigli in fila, le aiuole di bosso, il grande giradischi in bronzo al centro. Dai solchi si alzavano parole di luce che restavano sospese sopra il selciato. Un tempo la lingua aveva corpo; ora il monumento è spezzato e non c’è più alcun suono.
I Troncatori percorrono i viali a intervalli regolari. Sembrano uomini, ma non respirano. Dal torace si aprono bracci metallici che vibrano nell’aria e recidono le frasi troppo lunghe con un rumore secco, simile a quello di una porta che si chiude. Le parole troncate si spengono e cadono a terra con un fruscio sottile, come foglie secche sul selciato.
Le persone parlano ancora, ma con frasi corte, sicure, prive di ombre. La lingua è diventata uno strumento di misura. A forza di renderla pura, abbiamo ripulito anche i pensieri, liberandoli dal rischio, dalla contraddizione, dall’immaginazione. L’ordine è perfetto e sterile.
Ieri un Troncatore ha eliminato la parola libertà da un registro amministrativo. Il termine non è più compatibile con la lingua attiva. Sulla cartolina, però, è ancora visibile, sospesa sopra la piazza, come se la fotografia avesse trattenuto ciò che la lingua ha smesso di dire.
Di notte alcuni si muovono dopo il coprifuoco. Li chiamano ricompositori. Raccolgono i frammenti di parole e li portano in una tipografia dismessa, nella zona est. Li incollano su fogli e li stampano con vecchi torchi, ricostruendo frasi intere. Ne abbiamo arrestati due: avevano le mani nere d’inchiostro e un foglio che diceva troppo.
All’inizio li disprezzavo. Ora non più. Dicono che con le parole tornino anche le idee. E che con le idee torni la paura — la nostra, quella di chi ha costruito il silenzio.
Ho servito il silenzio credendo fosse ordine. Ora che tutto è perfettamente in ordine, non rimane che il silenzio. E dentro questo silenzio, mi chiedo a cosa sia servito. Forse a insegnarci che senza parole non c’è più niente da proteggere.


