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Cartoline dall'impossibile

La città che non conosce la notte

03 Aprile 2026
4 min di lettura
La città che non conosce la notte Cartoline dall'impossibile Elea
FRONTE
Dall’altopiano la città si apre in una pianura uniforme e chiara. Gli edifici, tutti dello stesso colore pallido, si dispongono in file ordinate che si ripetono uguali a perdita d’occhio. Le facciate, lisce e senza decori, brillano di perfezione. Sui tetti inclinati, grandi vetrate catturano il cielo e lo rimandano in riflessi chiari. Le strade, larghe e diritte, tagliano i quartieri in spazi regolari, disegnando un reticolo geometrico.
Al centro si alza una torre slanciata, costruita nello stesso materiale chiaro delle case. La base quadrata si restringe leggermente verso l’alto, fino a culminare in un vertice affilato che si staglia contro il cielo. Non ha balconi né cornici: solo una superficie liscia, uniforme, che restituisce la luce senza variazioni. Da lontano, domina la città come una stalattite di ghiaccio conficcata nel cuore della pianura.
Non ci sono ombre né variazioni di luminosità: ogni superficie sembra parte di un unico chiarore. È come se la città vivesse in un mattino che non finisce mai.
Sulla cornice argentata, la scritta: “Città del Sole Perenne – Qui la luce non dorme mai.”

RETRO
Ti scrivo da un luogo che vive sotto un sole senza tramonto. La luce resta identica in ogni momento: non cambia direzione, non si affievolisce mai. È un giorno solo, sospeso, che ha cancellato ogni idea di prima e di dopo. Per regolare la vita, la città ha fissato un tempo artificiale: le sirene suonano per segnare i turni di lavoro, i pasti, il riposo. Qui si lavora quando c’è luce, e siccome la luce non finisce mai, nemmeno il lavoro finisce. In città c’è un ronzio continuo, di macchine e motori sempre in funzione. Tutti seguono quel ritmo da così tanto tempo che nessuno ricorda più chi l’ha deciso.
Le strade sono sempre pulite, le facciate brillano di perfezione. La luce scorre lungo i viali, si riflette sulle finestre e rimbalza da un’abitazione all’altra senza mai cambiare tonalità. Le facciate sembrano appena costruite, come se il tempo qui si fosse cristallizzato.
Nei giardini pubblici ci sono alberi di Lumerite, una materia traslucida che non teme il calore. Non crescono né appassiscono, restano immobili, privi di linfa e di odori. Tra le aiuole si muovono animali artificiali: i loro gesti sono precisi, silenziosi, ripetuti all’infinito. Dicono che quelli veri siano scomparsi quando l’estate è diventata permanente. Qualcuno giura che il sole, da allora, segua la disciplina della città.
La gente dice che è bello così: che la luce tiene lontana la paura e fa lavorare meglio. A volte mi sembra che nessuno osi più fermarsi.
Io non ricordo la notte. Me l’ha raccontata il nonno, quando ancora gli restava la voce. Diceva che faceva fresco, che l’aria sapeva di terra e che le stelle sembravano buchi da cui passava il respiro del mondo. Io lo ascoltavo e cercavo di immaginarla: un tempo in cui si poteva stare fermi, senza che la luce ti chiedesse conto di niente. Qui chiudere gli occhi non serve: la luce passa comunque, e dormire non è previsto. Deve essere strano poterli chiudere e lasciare che il mondo continui da solo. Deve essere una cosa bellissima, poter dormire senza sentirsi inutili.
Dietro le vecchie serre, dove l’aria sa ancora un po’ di terra, ho costruito una capanna con assi e teli scuri. La chiamo “la mia notte”. Dentro non entra quasi nulla: né calore, né voci, né luce. Quando ci sto, mi sembra che il mondo rallenti, come se respirasse piano. L’aria cambia odore: sa di fresco, di vita, di cose che non servono a niente. A volte mi sdraio e provo a immaginare le stelle. Non le ho mai viste, ma me le figuro come occhi che non giudicano, solo guardano.
Mia madre dice che dovrei smettere, che il buio non serve a niente, che nelle ombre succedono le cose peggiori. Io credo che non sappia più cosa significhi sognare. Qui tutti dicono che la luce fa bene, che aiuta a restare svegli, a non perdere tempo. Io penso che ormai serva solo a farci dimenticare quanto siamo stanchi.
Quando esco dalla capanna, la luce mi punge, ma non riesce a ferirmi davvero. Sento il buio sulla pelle, come una traccia che resiste. Cammino, e ogni passo porta con sé un’ombra sottile. So che sparirà presto, ma finché dura, è mia. E mentre la città continua a brillare, io so che, da qualche parte dentro di me, la notte non è finita.
Se mai verrai, portami un po’ della tua notte. La divideremo qui, nella mia capanna: così, per un momento, potrò sentire che il buio è anche un po’ mio.

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